giovedì 15 novembre 2018

"Short Story" (volume I): la nostra prossima pubblicazione inedita (Sa Babbaiola)



“Short story” (volume I) è una serie di racconti che hanno come filo conduttore la tematica del “dolore”. Un dolore che talvolta può essere unicamente fisico, ma che talvolta può riguardare il complesso rapporto della realtà con cui viviamo, e l’emarginazione che da questa può conseguirne.

Dolori provenienti dalle zone più occulte della mente, provocati anche dall’essere spettatori del grande circo mediatico, in grado di somministrarci paure e necessità futili, frutto di banali obbiettivi consumistici, del tutto privi di reale necessità (“Dio è morto nelle auto prese a rate” cantava Francesco Guccini).

Il “possesso” come metro di misura, il continuo rincorrere della moda e delle mode, l’assoluta superficialità dei mass media, il lavoro trasformato in movimento grottesco e meccanico perdendo il suo intrinseco valore spirituale, il crollo immaginario di quelle strutture (dalla sezione del partito al semplice oratorio) che un tempo fungevano da centro di aggregazione o di semplice ritrovo, i quali sono stati sostituiti dai centri commerciali, con le loro reclame, i loro totem del prodotto convenienza.

Uomini e donne abbandonati nell’immenso mare della solitudine, alla disperata ricerca di una senso che possa giustificare le loro esistenze. In Short Story (volume I) troverete questo, ed altro, attraverso l’opera di più scrittori, provenienti dai diversi territori della Sardegna e non solo.


Il segreto. Di Nina Busalla.


Come tutte le mattine, sono in cucina a preparare la colazione. Squilla il telefono. Mia figlia si precipita a rispondere pensando sia la sua amica. Solleva la cornetta, la sento dialogare, poi si rivolge a me dicendo: "Mamma, c'è zia Filomena al telefono, pare che non stia bene. Ha chiesto se puoi passare in mattinata a casa sua per una visita"

"Certo," rispondo, "passerò come al solito alle nove."
Zia Filomena, che vecchietta simpatica! era una delle mie pazienti più affezionate.
Quando mi trovavo nella sua casa, per la solita visita, mi chiedeva sempre della mia salute: "dottorè, mi non si ammali, altrimenti io come faccio?"

Mi guardava con quei suoi occhi nocciola che spuntavano furbi da un fazzoletto nero che le copriva la fronte. Era mia paziente ormai da vent’anni, tra noi si era instaurato un rapporto affettivo che non trascendeva mai dalla sua innata riservatezza e da quella riverenza che le persone anziane hanno verso il  proprio medico curante.

Aveva ormai ottant’anni, era piccola di statura, di corporatura esile, una fragilità che contrastava con la sicurezza del suo sguardo penetrante, come se a lei non si potesse nascondere nulla. Parlava con la voce tremolante tipica di chi è affetto da parchinsonismo, gesticolando per apparire più sicura. Aveva perso tutti i denti dopo l'ultimo parto; i figli, appena avevano iniziato a lavorare, le avevano regalato una dentiera mobile, ma lei la metteva solamente per andare in chiesa e per le feste assieme all'abito buono ed alle scarpe di vernice con un piccolo di tacco.

Quando andavo a trovarla si metteva la dentiera, lo faceva per rispetto nei miei confronti, dunque la riponeva nel suo contenitore quando le  visitavo la gola. Viveva da sola, dai figli non voleva andare ad abitare, nonostante tutti glielo proponessero. Pretendeva però che, a turno, i nipoti andassero la notte a dormire da lei, perché, diceva: "la notte è lunga, e le cose capitano sempre alle prime ore del mattino."

Anche suo marito era morto.

Brano tratto da "Short story", Sa Babbaiola Edizioni

L’olio di Maria. Di Nina Busalla.



È da stamane che dal cielo scendono fiocchi di neve grandi come farfalle, le montagne e gli alberi,  magicamente, si rivestono di un manto impalpabile che assume la forma delle cose. Il paesaggio riflette il candore della mia vita ma anche il mio dolore, quello che da un po’ di tempo è chiuso nel mio cuore. Con la neve è arrivato anche il gelo a Torune, le strade sono scivolose e fredde ed il vento soffia con il suo lugubre verso che mi fa impallidire di paura. Quanti inverni duri come coltelli affilati, e quante estati senza fine in questo piccolo paese!

Avevo capito che a casa era accaduto qualcosa perché il dottor Spadedda veniva spesso a visitare mia madre. Io avevo appena dodici anni, mi sentivo comunque grande anche se il mio corpo era ancora acerbo, nonostante le lunghe gambe. Mi chiamavano riccioli d’oro.  I miei occhi verdi così espressivi e vivaci erano l’invidia delle mie compagne di scuola, che invece avevano occhi neri e capelli corvini.

Il mio paese svettava a circa 800 metri sul livello del mare, l’inverno era molto rigido, tanto che mio padre, che faceva il pastore, era costretto a migrare con il suo gregge, in località più calde verso la costa. Era sua abitudine rientrare a casa una volta al mese per fare il carico di viveri e spesso non passava neppure una notte con noi, perché non poteva abbandonare le greggi ed il servo pastore. Le pecore avevano bisogno di molte attenzioni, ed occorreva essere almeno in due per accudirle.

Ricordo che quando venne a trovarci s’era attardato in cucina con mia madre e parlava a voce molto bassa per cui non riuscivo a capire l’argomento della loro conversazione, capii comunque  che qualcosa non andava, perché il viso di mio padre si rattristò ed al momento della partenza, mentre abbracciava mia madre, aveva gli occhi pieni di lacrime. Ero diventata sospettosa, cercavo di capire... perciò ogni volta che qualcuno veniva a trovarci ero sempre vigile, attenta, per captare anche il più piccolo segnale.

Mia madre intanto era ogni giorno più pallida, senza forze, non s’alzava dal letto, non era più la donna forte e dinamica che conoscevo.

Un giorno successe un fatto nuovo, mia zia Letizia, sorella di mia madre, che veniva tutti i giorni a casa per darci una mano, s’era attardata nel cortile a parlare con zia Rosaria, una vicina di casa.

Brano tratto da "Short story", Sa Babbaiola Edizioni

sabato 10 novembre 2018

Carbonia, la città più antica. Di Vincenzo Maria D’Ascanio



Carbonia. Un tempo speranza per moltitudini indistinte di persone, giunte da tutte le regioni d’Italia per trovare un lavoro, di certo influenzate dalla propaganda totalizzante del regime che celebrava la propria potenza edificatrice. Molti trovarono un impiego nelle innumerevoli miniere carbonifere del territorio, in cui trovarono sostentamento per le proprie famiglie ma talvolta anche la malattia, consigliera della morte prematura e sciagurata. Numerosi libri, disparate ricerche, centinaia di pagine hanno parlato e ci parlano del dolore, delle miserie, delle difficoltà e del coraggio di questi indomiti operai, uomini sacrificati nell’altare pagano del salario in una Repubblica che, dopo il fatidico 48’, s’incensa doppiamente d’essere fondata sul lavoro. La Costituzione italiana, si, quali lussureggianti aggettivi utilizza per i suoi sacri capi, articoli, commi... Lavoratori morti a causa di frane, lavoratori morti per dinamite fatta esplodere incautamente da giovani inesperti, lavoratori morti per silicosi, lavoratori morti intrappolati, schiacciati, strozzati, annientati, polverizzati…

Già, Carbonia, fantastica città del carbone. Città nata dal nulla, città simbolo della potenza edificatrice del fascio, città simbolo dell’idea stessa del regime imperialista, che intendeva plasmare un insieme indistinto di popoli per mutarli in nazione compatta, unica, solida. In ridotte dimensioni quel nucleo urbanizzato rispecchia ciò che il fascismo fece, o tentò di fare, sull’intatto stivale unito dalle armi dei Savoia. Una nazione che non esisteva, una nazione composta da popoli, etnie, culture diametralmente opposte e variegate. Il fascismo provò ad amalgamare queste diversità, cercò di farlo con la legge, con la propaganda, forse tentò di farlo col diritto, di certo tentò col manganello e con la spada bellica. A Carbonia, cercò di farlo promettendo prosperità e forse, nonostante le difficoltà, in parte ci riuscì. Queste genti, al di là dei progetti, degli slogan, delle immagini, fu unificata e cimentata dal dolore e dalle difficoltà del quotidiano, dalla primitiva lotta degli uomini per sopravvivere.

A Carbonia incontrerai individui che nulla avevano in comune se non le linee scrupolose della loro povertà, dai tratti somatici così diversi, distanziate da gesti mai compiuti e da rituali autoctoni. Chissà. Sarebbe stato interessante far parte di quel particolare melting pot, come gli americani chiamano l’incontrarsi ed il convivere delle diverse genti su un medesimo territorio. Questa cittadina è un infinitesimale melting pot, un miscuglio, una fucina in cui si forgiarono tutte le culture d’Italia.

Desti Napoletani, arcigni pugliesi, siciliani oppure laziali, insieme a sardi o qualsivoglia genere di meridionali, tutti insieme in una nuova realtà ad afferrare sogni, stipati in case identiche le une alle altre, a schiera, a croce, lineari, metafora o monito del loro destino comune. Oggi come allora quell'intreccio promiscuo è certificato dai cognomi ancora esistenti, come tracce lasciate sulla spiaggia da uno stanco venditore di dolciumi estivi.

Cognomi non di certo sardi, ma nemmeno spagnoli oppure arabi, cognomi improbabili, cognomi che talvolta si trasformano in aggettivi, sostantivi, verbi. Cognomi appartenenti ad etnie un tempo dominatrici, cognomi che potrebbero rappresentare un vizio oppure una colpa della famiglia originaria, cognomi che documentano lo stato d’abbandono al momento della nascita, cognomi che storpiano, etichettando un individuo già nel suo embrionale stato. Indossano dunque questi cognomi continentali, non sapendo più a quale stirpe appartengano, invitati a perdere le proprie radici da un destino ignoto ed insondabile, invitati a non guardare indietro, a non cercare un’origine annientata da un pericoloso viaggio questa volta senza ritorno.


Brano tratto da "Short story", Sa Babbaiola Edizioni

Oltre la salita. Di Manuela Putzulu.



Ricordo che ci trovavamo in campagna, la giornata era splendente, luminosa, un sole quasi accecante e nemmeno una nuvola in cielo. Era appena arrivata la primavera, e con la mia famiglia eravamo andati a fare una scampagnata.

Io stavo seduto su un plaid nel prato, infatti, nonostante la bella giornata, c’era ancora la terra umida, accanto a me la mia sorellina Aurora e mio fratello maggiore Francesco. Dall'altra parte stavano i miei cugini quasi fratelli Alessio e Manuel, ridevamo divertiti nel guardare i nostri genitori giocare al salto della corda: due tenevano la corda e due saltavano o per lo meno ci provavano, forse sbagliavano per farci divertire, non so, ma di sicuro era un grande spasso per noi bambini.

Questo è l’ultimo ricordo felice della mia infanzia. Avevo circa dieci anni, Francesco dodici e la piccola Aurora appena cinque, ricordo che avevo sempre questo senso di protezione nei suoi confronti, la vedevo piccola, indifesa e fragile, ed ancora oggi è così nonostante siano passati ormai trent'anni. Nonostante sia diventata una donna, per me è e sempre resterà la mia piccola Aurorina.

Avevo una famiglia normale, mia madre casalinga, sempre indaffarata tra pulizie e fornelli, si dilettava sempre in biscotti che ci faceva mangiare a merenda, la ricordo sempre con il grembiule ed un fazzoletto in testa. Mio padre lavorava come benzinaio presso un distributore alla periferia della mia città, adoravo quando rientrava e ancora gli sentivo l’odore di benzina negli abiti e nelle mani. Concluse le sue ore di lavoro andava ad aiutare un suo amico in officina, e spesso aggiustava le automobili di parenti ed amici. Avere una famiglia con tre figli da mantenere non era semplice, era il mio mito, il mio super eroe, sapeva di dignità e protezione, con la sua forza e determinazione non ci faceva mancare niente.

Finché un giorno, ricordo mia madre e mio padre, visi cupi e voci basse, la porta della cucina socchiusa, io e Francesco in silenzio per non farci sentire, origliammo da dietro la porta. Entrambi parlavano a voce bassa ma riuscimmo ugualmente a sentire, il distributore dove lavorava mio padre stava affrontando una grande crisi e probabilmente nel giro di poco avrebbe chiuso. Vedevo mia madre piangere senza parlare, le scendevano solo le lacrime, si tolse il fazzoletto dalla testa. Mio padre  le prese le mani, gliele strinse e se le portò sopra il cuore, sembrava prometterle di risolvere il grande problema, era forte ed ero sicuro che ci avrebbe salvato da questo pericolo.

Brano tratto da "Short story", Sa Babbaiola Edizioni


venerdì 9 novembre 2018

Al naksa (la sconfitta). Di Mahmoud Suboh



Oggi il 30 marzo, giornata della terra in Palestina, la giornata in cui i palestinesi per l'ennesima volta manifestano il loro dissenso per la politica di espropriazione della terra palestinese, con leggi e pretesti vari da parte d'Israele. Tanti morti e tanto dolore per chiedere giustizia e il diritto di vivere nel proprio paese. Ero piccolo quando siamo trasferiti nella nostra nuova casa, costruita con tanto sacrificio e tensione, come chi corre contro vento, schiaffeggiato dalle onde fredde che non ti danno tregua, e s'inizia un sogno fidandosi in quei pochi soldi ed in Dio.

Era bella, fatta di pietre, mi sembrava così grande e spaziosa, con un cortile profumo di piante di limone, nespole, vite, per non parlare della menta e della salvia...noi che abitavamo in una specie di cantina, un unico spazio dove si mangiava e dove si dormiva, dove vivere senza un sole che ti accarezzi la mattina.

Spesso mi svegliavo di notte sudato, tremavo come una foglia; una roccia dal soffitto cadeva e dritta...dritta a giacere sul mio petto, mi toglieva il respiro, soffocavo...era una lotta impari, io ero piccolo e dormivo, e la roccia era grande e pesante, scendeva volando e con tanta rabbia di nascosto, mentre i miei genitori dormivano, sembrava approfittare dal loro sogno per tormentarmi. Ma appena iniziavo a lamentarmi con voce soffocante, e con gli occhi spalancati dallo spavento, due fessure di gatto che gironzolava nel buio. I miei genitori erano più veloci del fulmine, con mani tremanti ma calde come il sole, bisbigliando qualche verso del Corano per allontanare il male...mi trovavo nel grembo di mia madre a respirare, e la roccia scappava via minacciando di ritornare.

Abitavamo nella nuova casa da pochi mesi quando scoppiò la guerra dei sei giorni, il 05/06/1967. Israele attaccò gli arabi assopiti, regimi presi a servire il nemico e allo stesso tempo, riempire il mondo di minacce contro di esso! Slogan di liberazione della Palestina stuprata, violentata da un nemico deciso di costruire una leggenda morta, una storia inventata ma anche accettata da un mondo perso, un mondo che capiva solo una civiltà; quella della morte, del dominio e non importa se quella terra era Santa e più civile del resto del mondo!

Israele minacciava di radere al suolo città e paesi, invitava la gente a fuggire se volevano salva la pelle. Nelle menti della gente, tornavano vivi i massacri commessi dai sionisti, e da questo maledetto stato deciso a continuare la suo pulizia etnica...Palestina è del popolo ebraico e non c'è posto per la coscienza.

Io guardavo la guerra senza capirci niente, sentivo la paura dei grandi e la loro confusione sul da farsi? Chi copriva i vetri delle finestre con nastro adesivo,chi li colorava di blu per renderli invisibili!Chi camminava senza camminare e chi cercava di guardare il cielo con prudenza, gli aerei di guerra israeliani illuminavano il cielo di fumo nero che faceva pensare alla morte.

Brano tratto da "Short story", Sa Babbaiola Edizioni


Fillebagassa. Di Francesco Melis



“Quanto cazzo abbaia questo cane, figlio di puttana, figlio di puttana! Non la vuole smettere. Smettila, o ti spacco il cranio. Mo’ arriva la giusta, me lo sento, mo’ mi spiccano. Non ci torno in galera, basta con la galera”. Andy arriva veloce, con le sue falcate lunghe, decise, ha qualcosa in mano, qualcosa di lungo, mi passa di fronte, due colpi, secchi, due tonfi, un latrato, il sangue. “Figlio di bagassa”. Queste le sue uniche parole. E poi “Che cosa ci stai a fare qui, ci vuoi proprio tornare, dentro, idiota imbecille!”

Il suo tono è stizzito, avvelenato, la sua voce roca, tesa. Il limite non è ancora varcato, ma manca poco, mi vorrebbe ammazzare di colpi, lo farebbe proprio. Non ci godrebbe più di tanto, ma è questo che gli comanda lo stomaco. I nervi, sempre affilati, taglienti come rasoi da barbiere pronti per la rasatura.

Mi ripassa davanti, le mascelle gli si gonfiano, pulsano, il naso tira su. Sì, lo farebbe proprio, mi pesterebbe a sangue. I passi lunghi, decisi, secchi come a voler tagliare l’aria, accompagnati dalle braccia, anche queste lunghe, nerborute, e le mani chiuse, a pugno. Scavalca la finestra, scomparendo nel buio. Passano poche auto, la notte è calda, la gente sarà al mare.

Queste sono le notti migliori per questi lavoretti. Poi sento un motore, non vedo la macchina, ma sento il rumore, piccola cilindrata. Cazzo. Uno sportello si apre, niente voci, silenzio di tomba. Dei passi bucano il silenzio, lenti, duri, pesanti come il battere del mio cuore. Sto in silenzio, non respiro. Sì, viene qui.

Santo Cielo!. Ne vedo l’ombra, si avvicina al cancello, stringe con le mani le barre di acciaio verde, quasi c’infila la testa. Poi qualche secondo ancora, va verso l’estremità destra del cancello, facendo la stessa cosa, dunque va a sinistra, infine di nuovo al centro, attacca un foglietto di carta sulla serratura.

Se ne va. Era una guardia giurata di ronda. Vattene, vattene, anche oggi il tuo dovere l’hai fatto. Bravo. Sento lo sportello che sbatte, la marcia che ingrana, lo voglio vedere andarsene, sporgo la testa alla mia sinistra, girando il busto fra le sbarre. Una Fiesta nera, come il colore della puttana accanto a lui.

E sì, sembrerebbe appartenere proprio a quella categoria. Bravo. Rido. La lucciola stanotte baratterà il suo culo con il nostro, o forse con quello del suo nobile cavaliere, chi lo sa. Scompaiono quasi subito, dietro il rampicante verde e fitto che ricopre l’inferriata per intero, a parte qualche breccia, come quello scorcio. Di notte, di ombre, di luci gialle di lampioni troppo vecchi per un quartiere così prestigioso. Troppo isolato, ma forse è così prestigioso anche per questo. Tranquillità, pace, aria buona, abbastanza lontano dal casino cittadino, ma non troppo. Tanto ci sono le ronde degli sceriffi. Una all’ora. Vediamo se ripassa. In un’ora la scopatina se la fa. Per me non torna, anche se ripassa non ci troverà più.

Brano tratto da "Short story", Sa Babbaiola Edizioni